Askra

ASKRA, in lingua sarda significa FRAMMENTO, come un elemento che trae significato dal passato, proiettandosi verso il futuro con l’aiuto di una storia che non trova posto nelle scritture ufficiali, ma si reinventa continuamente su alcuni obiettivi ben saldi: la lingua e l’appartenenza alle origini del popolo sardo.
Popoular group, vicino a quella gente per la quale la storia non ha riservato posti nell’olimpo, ma solo miseria e disperazione, vista con gli occhi dei bambini soldato, delle madri di Plaza de Majo, delle torture inflitte in nome e per conto del capitale, la globalizzazione coatta delle coscienze.
ASKRA, FRAMMENTO di energia che viene dal basso e che con questo si rapporta sulle musiche nel dialogo della condivisione di una coscienza critica internazionalista.
ASKRA POPOULAR GROUP
Quando il punk, arrivato alla fine del suo percorso, stava percorrendo il viale del definitivo tramonto, restava il grande dubbio del “che fare?”
1993, le cover possibili erano ancora quelle dei Ramones e dei Clash, suonate senza badare troppo alla tecnica o alla sperimentazione; La chitarra di Marco era l’esempio di un malessere, quello della sua età, di una musica corrosiva che esprimesse qualcosa con un suono che fosse quasi rumorismo, alimentato dalle liriche libertarie delle band londinesi o della suburbia newyorkese. Pierpaolo al basso e Alessandro alla chitarra solista è quasi un gioco che si fa serio quando con Marco formano gli ASKRA, ma manca un batterista e Sandro fa proprio al caso loro, provenendo dalla batteria suonata con la band storica dei Kenze Neke.
Il suono diventa meno grezzo e improvvisativo, e inizia ad assumere una fisionomia che se pure nelle caratteristiche principali, il sound, resta ancora molto duro, subiscono una vera e propria svolta le liriche, grazie all’incontro con Fabio Coronas che scrive per il disco d’esordio, nel 1996, la maggior parte dei testi, caratterizzando con il contributo della band le tematiche in chiave anticapitalista e contro l’onnipresenza coloniale dello stato italiano sul territorio sardo. Il disco, intitolato “A sa Muta!” (Zitti!), rappresenterà una vera e propria novità nel panorama delle produzioni indipendenti, pur con il contrubuto della Fanzine “Supporto italiano”, per la ruvidezza del suono e per la particolarità del crossover completamente cantato in lingua sarda, che gli fa attribuire, non a caso, l’etichetta di rock etnico, con diversi riferimenti al gruppo storico del genere, i Kenze Neke, di cui gli ASKRA sono fraterni amici. Liberata comunque dell’ingombrante parentela, la band prosegue il suo percorso con un mini-CD proprio con i Kenze Neke nel 1997, intitolato “Gherramus tott’impare” (”Lottiamo tutti assieme”), con due brani: “Non bi l’aco” (“Non riesco”) e “Nuraxi Figus”, che diventerà uno dei cavalli di battaglia del gruppo, denunciando la miserevole condizione dei minatori del Sulcis abbandonati al loro destino dallo stato italiano durante la dismissione delle miniere di carbone. Il 2000 è l’anno della maturità, con l’uscita del disco “Ya bastat”, su una mutuazione in lingua sarda della parola spagnola “Ya basta!”, che si distingue dai lavori precedenti per la raffinatezza del suono e la ricerca compositiva, sia pure con i suoni sempre molto ruvidi e con le liriche che iniziano ad assumere una fisionomia più internazionalista, dove la sofferenza non si ferma alla sola Sardegna, ma si estende a numerose altre situazioni siano esse etniche, linguistiche, sociali, in gran parte del territorio mondiale; hanno voce così i popoli del Chapas e della Palestina, il dolore dell’ambiente sfregiato dall’uomo, l’insofferenza religiosa come “Oppio dei popoli”. Il disco ha un ottimo riscontro tra il pubblico e la stampa, che elegge la band a realtà importante del rock isolano, e l’attività in studio prosegue collateralmente alle esibizioni dal vivo nelle piazze dei paesi, nei club, e alcune date nei centri sociali della penisola, con l’ausilio di due nuovi membri del gruppo, i fratelli Paolo “Angus”, autore tra l’altro del testo di “Ruke”, e Fabio Carta, usciti in seguito dalla band. Nel 2004 esce “Hijos”, sintesi di quattro anni di studio, analisi e affinamento compositivo, uniti ad un’amicizia interna al gruppo che costituisce sicuramente l’elemento più importante. Le musiche sono molto più complesse di quelle degli esordi, e l’utilizzo di strumenti più usuali per il folk rock come il piano e la fisarmonica, in sostituzione dei violini di “Ya bastat”, fanno assumere al lavoro una crescita qualitativa notevole, variando tra suoni potentissimi che ricordano il Nu metal e suoni analogici che riportano ad atmosfere ambient prima inpensabili. La collaborazione con Daniele Barbato al piano (bellissima interpretazione di “Le deserteur” di Boris Vian), Sergio Putzu alla fisarmonica (”Hijos”, “Nucleartango” e “Tramontis”), Enzo Saporito “Pezzany” (voce recitata in “Le deserteur”), Luciano Sezzi al Sax alto, danno ad “Hijos” contributo tecnico e compositivo, in una crescita di sensibilità interpretativa che pone sicuramente il disco tra le novità più apprezzabili in questo momento sul panorama musicale non solo del’isola. Gli ASKRA sono anche Mirko, al basso, presente dal dopo “Ya bastat” e dopo Pierpaolo, mai dimenticato e ringraziato nel disco, Homar, che ha contribuito notevolmente alla riuscita con notevoli capacità compositiva, con il canto, e la stesura dei testi di “In viazu” (In viaggio), dedicata a Giuliano (Vive l’anarchie. Allons!) e “Chin sos ocros tuos” (Con i tuoi occhi), Stefano, che ha reso con la sua voce, un tributo all’espressione melodica del canto. Hijos è scritta da Sandro, dedicata alle madri di Plaza de Majo, e tratta da un’idea sulla lettura de “Le irregolari” di Massimo Carlotto; “Entrada”, un elenco delle atrocità a cui sono sottoposti i bambini nel mondo e in cui “i generali argentini occupano un posto d’onore”, è recitata in spagnolo da Olga Ordonez, su suoni composti ai sintetizzatori da Marius, anche autore del remix di “Ghissat”, intitolata “Ghissadub”; “Deyr Yasin”, anch’essa scritta da Sandro, ricorda la disperazione dei bambini dannati della Palestina, sempre in lotta con lo stato ebraico, e così “Istuta” (Spegni), sulla falsa informazione e sulla manipolazione mediatica; “Ghissat” è scritta da Pezzany e parla dell’impotenza di fronte al potere distruttivo dell’impero capitalista (fate da bravi e saranno generosi, con grandi uccelli pane dal cielo vi getteranno, pane e piombo . .); “Nucleartango”, scritta da Fabio Coronas, ripercorre la vicenda delle scorie nucleari, usate come merce di scambio per il deposito nei luoghi più poveri della terra; “Gramsci”, dedicata al grande intellettuale, trae spunto da una elaborazione di Caterina Carzedda delle “Lettere dal Carcere” (Non vuole essere un martire, nè un eroe), ripresa in lingua sarda da Fabio Coronas; “Cant del occels”e “Tramontis” sono due brani tradizionali, uno catalano ma cantato anche in corso e sardo, emblema delle lingue minoritarie, l’altro in lingua furlan, ripreso anche in lingua sarda, di uno dei gruppi storici della regione, i Furclap; “Indekantri” è scritta da Alessandro e rappresenta un inno alla liberalizzazione della mariujana, mentre “Le deserteur” è da tutti conosciuto come il brano antimilitarista più famoso, ripreso nel disco con la bellissima voce di Marco.”
L’ultimo disco: COLORES/DOLORES, è del 2008.

Gli Askra sono:
Marco Cau – voce e chitarra
Alessandro Chighini – chitarra solista e cori
Sandro Usai – batteria e voce
Mirko Carbini – basso
Luciano Sezzi – sax
Stefano Ferrando – voce e cori
Homar Farjna – voce e cori.
Sergio Putzu – fisarmonica

Askra – Sos Colores

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